Viaggi internazionali e Green Card: come non perderla

    Una volta ottenuta la Green Card, dopo tanta fatica (e soldi spesi), è bene prestare attenzione a non perdere lo status di Legal Permanent Resident. Vediamo in questo articolo come vengono trattati i periodi al di fuori degli USA da parte dell’USCIS.

    IN BREVE

    Per evitare di avere problemi con l’immigrazione di ritorno da un viaggio internazionale, è bene il possessore di Green Card sappia che:

    • In genere, i viaggi inferiori ai 180 giorni all’anno non creano problemi
    • I viaggi superiori ai 180 giorni, invece, possono creare sospetti sul luogo di residenza del possessore di Green Card, mentre assenze più lunghe di 12 mesi portano alla perdita della carta verde (a meno che non si richieda dagli USA un permesso ritorno, il Reentry Permit).

    Bisogna quindi sempre tenere il conto dei giorni passati fuori degli Stati Uniti ed è necessario dimostrare sempre, indipendentemente dai giorni trascorsi, un forte legame con gli USA. Si è infatti residenti permanenti solo quando il possessore fa degli USA la sua dimora. Infine, lunghi periodi passati all’estero possono, potenzialmente, ritardare il processo di richiesta di naturalizzazione

     

    1. Introduzione

    Un privilegio dato dallo status di Legal Permanent Resident, ossia essere in possesso del visto I-551 (Green Card), è quello di poter viaggiare al di fuori degli Stati Uniti. Tuttavia, non è rarissima la possibilità che il permanent resident  si veda negato l’ingresso negli Stati Uniti al ritorno del viaggio. Oltre a  presentare all’ufficiale CBP (Customs and Border Protection), ossia all’agente della dogana, la Green Card ed il proprio passaporto (devono essere entrambi in corso di validità), è importante dimostrare che il periodo trascorso all’estero sia stato innanzitutto relativamente breve e che il richiedente l’ingresso abbia mantenuto forti relazioni (ties) con gli Stati Uniti, ossia il proprio paese di residenza. In genere, come si può intuire dalla tabella sotto, un residente non dovrebbe avere problemi se la sua permanenza all’estero è, cumulativamente in un anno, inferiore ai 180 giorni (è quindi importante passare almeno sei mesi ed un giorno negli Stati Uniti durante l’arco di un anno).

    2. Il concetto di “temporaneità” del viaggio

    Prima di analizzare nello specifico i casi di cui sopra, è importante ricordare che la regola dei sei mesi (per la legge, 180 giorni) non è una regola “rigida”. Nel caso infatti, al ritorno negli Stati Uniti (anche dopo pochi giorni), non si riuscisse a dimostrare all’ufficiale di dogana di aver mantenuto forti rapporti con gli Stati Uniti, la Carta Verde (e quindi lo stato di Permanent Resident) può essere messa in discussione e, in seguito, revocato da un giudice dell’immigrazione (che ricordiamo, è l’unica figura che può cancellare lo status di residente permanente). Ne consegue che una permanenza all’estero di durata inferiore ai 180 giorni non è condizione sufficiente per mantenere lo status di Permanent Resident.

    3. Viaggi inferiori ai 180 giorni (~6 mesi)

    Di ritorno dal viaggio di durata inferiore ai sei mesi, al Port of Entry (POE), l’ufficiale CBP vi farà alcune domande, ad esempio:

    • What was the purpose of your trip abroad?
    • What do you do in the United States?

    L’ufficiale vedrà, allo stesso tempo, sul proprio terminale, il conteggio dei giorni passati all’estero. Nel caso ritenesse che il periodo passato fuori dagli Stati Uniti sia stato troppo lungo (ad esempio sei mesi o più cumulativi), potrà  sottoporre la vostra posizione ad un altro agente, il quale vi chiederà maggiori dettagli sul vostro status di Permanent Resident (Secondary Inspection). Qui è necessario dimostrare che, nonostante il periodo passato all’estero, siano state mantenute forti relazioni con gli Stati Uniti, ossia dimostrare di aver mantenuto la residenza. Esempi di documenti che possono provare questo possono essere (non in ordine di importanza):

    • Famigliari stretti presenti negli Stati Uniti. E’ utile disporre di documenti di familiari (es. coniugi e figli) che vivono stabilmente negli Stati Uniti.
    • Tax Returns. E’ allo stesso tempo importantissimo presentare la dichiarazione dei redditi negli Stati Uniti specificando di essere un “resident”: nel caso si eseguisse il filing delle tasse indicando “non resident” al ritorno da un viaggio all’estero prolungato le autorità americane avranno una prova a loro favore nel sostenere l’abbandono allo status di Legal Permanent Resident. Stesso discorso vale, naturalmente, se non si esegue la dichiarazione dei redditi (failure to file).
    • Patente/ID americane. E’ sempre utile averle valide.
    • Lease. Nel caso il possessore di Carta Verde abbia un contratto di affitto, questo può essere un’ottima prova per testimoniare il carattere di temporaneità del viaggio (ad esempio, se pur trovandosi all’estero si continua a pagare l’affitto negli USA, da ciò risulterebbe una chiara intenzione di ritorno a breve negli USA).
    • Conti Correnti e Carte di Debito/Credito. Tenere un conto corrente movimentato sia con entrate che uscite anche durante il periodo trascorso all’estero è una buona prova per dimostrare la temporaneità del viaggio.
    • Lavoro. Documenti che attestino l’occupazione su suolo Statunitense (sia come lavoro dipendente che indipendente) sono un’ottima indicazione di come il Green Card Holder intenda gli Stati Uniti come casa sua.
    • Assicurazioni. Le assicurazioni sulla vita, sanitaria, automobile, contro terzi etc. possono essere molto utili se risultano ancora attive e se l’emittente è una compagnia assicurativa americana.
    • Certificati di Proprietà. I certificati di proprietà di beni mobili e immobili posso risultare molto utili.
    • Documenti che attestino il motivo del viaggio all’estero. Dall’altro lato, può essere utile tenere qualche ricevuta utile a giustificare una visita di qualche settimana fuori dai confini Statunitensi. Ad esempio, nel caso lo scopo del viaggio all’estero sia rappresentato da motivi di business, ad esempio al fine di partecipare a più fiere attinenti alla professione del LPR che si svolgono in date diverse, è utile tenere le ricevute di ingresso o altre prove che testimonino il motivo del viaggio all’estero per business.

    E’ quindi consigliato disporre di tali documenti quando si rientra negli Stati Uniti dopo lunghi viaggi. Prima di passare al discorso legato ai viaggi superiori ai 180 giorni (per i quali può essere necessario un Reentry Permit), è importante ricordare che brevi periodi passati negli Stati Uniti per mantenere lo status di Permanent Resident (definiti come “touchbase”) non sono visti di buon occhio dagli agenti doganali. Vediamo l’esempio ipotetico di Mario, possessore di Green Card, residente a Boston, Massachusetts, da due anni.

    Mario, vincitore della Green Card Lottery, dopo aver vissuto ininterrottamente per due anni a Boston, decide di tornare in Italia per le vacanze, senza un biglietto di ritorno. Dopo aver passato cinque mesi e mezzo in Italia, decide di tornare a Boston per cinque giorni, nel maggio del 2018, per poi tornare nuovamente in Italia per altri cinque mesi e mezzo. Ipotizzando che l’ufficiale della dogana lo lasci entrare senza troppe domande al primo rientro dall’Italia, è molto probabile che al ritorno negli Stati Uniti (sempre per pochi giorni negli USA per mantenere la Green Card) a Dicembre 2018 l’ufficiale lo segnali per Secondary Inspection, mettendo in dubbio la sua effettiva residenza negli Stati Uniti.

    In taluni casi, nonostante sia concesso il rientro, alcuni CBP officers avvisano il possessore di Green Card di prestare attenzione ai propri viaggi all’estero, come avvertimento. In questo caso, l’ufficiale di dogana scriverà sotto il timbro di entrata la dicitura “Advised Residency Requirements”, “Advised” oppure “out X months and X days”. Ne consegue che il LPR dovrà prestare molta attenzione alla durata dei suoi prossimi viaggi internazionali.

    4. Viaggi superiori ai 180 giorni

    Nel caso ci si assenti dagli Stati Uniti per più di 180 giorni, ma meno di 12 mesi, nell’arco di un anno, molto probabilmente il richiedente ingresso negli USA e possessore di Carta Verde subirà uno scrutinio extra e dovrà dimostrare legami molto forti con gli Stati Uniti (come nel caso di Mario al suo secondo rientro).

    Se invece il Legal Permanent Resident decidesse di trascorrere più di 12 mesi al di fuori del territorio americano, al suo rientro quasi certamente il suo stato di Permanent Resident gli verrebbe revocato (abandonment).

    Per minimizzare i rischi nel primo caso (dai 180 giorni ai 12 mesi) e, soprattutto, nel secondo (>12 mesi), è fondamentale richiedere un Reentry Permit (I-131).

    5. Il Reentry Permit (I-131)

    Nel caso si volessero trascorrere più di sei mesi (e meno di due anni) all’estero senza avere problemi al ritorno negli Stati Uniti, è possibile ottenere il Re-Entry Permit (I-131). Il permesso viene concesso a seguito di una dichiarazione in cui si fa presente di voler lasciare il paese per un periodo superiore ai sei mesi, ma anche l’intenzione di ritornare negli Stati Uniti entro due anni dall’ottenimento del permesso. Il costo per l’ottenimento del permesso I-131 è di $660 ($575 di filing fee, $85 di biometrics fee) e il richiedente deve trovarsi in territorio Statunitense durante la fase di richiesta ed eventuale accettazione della domanda da parte dell’USCIS. Il Reentry Permit, inoltre, è fortemente consigliato a chi è stato “Advised” dall’Immigrazione tramite dicitura sul timbro di entrata come sopra specificato, o per chi ha ricevuto un’annotazione dei mesi e giorni fuori dal territorio americano. A settembre 2018, il tempo medio di attesa per l’ottenimento del permesso (processing time) era tra i 2 ed i 5 mesi in media (California Service Center). Il Reentry Permit ha una validità massima di due anni e, nel caso decidesse di passare più di due anni fuori dagli Stati Uniti, il Permanent Resident dovrà necessariamente ritornare negli Stati Uniti prima che il permesso scada e, eventualmente, richiedere un nuovo Re-Entry period, in genere più difficile da ottenere. Inoltre, va ricordato che il Reentry permit non garantisce il rientro negli Stati Uniti, specialmente nel caso venga a mancare il principio di temporaneità del viaggio, seppur superiore ai 12 mesi. Nello specifico, sarà indispensabile dimostrare che i legami (ties) con gli Stati Uniti sono superiori rispetto a quelli del paese (o dei paesi) visitati durante il periodo d’assenza negli Stati Uniti.

    Figura 2 – Reentry Permit di Salvador Dali, con scadenza nel Marzo del 1958. Fonte: National Archives, condivisa da Truth Leem, USA TODAY, Articolo “Immigration files offer hidden history of America”

    6. Il ritorno negli Stati Uniti: problematiche potenziali

    Come già ampiamente accennato in precedenza, molto difficilmente l’ufficiale dell’immigrazione (CBP Officer) metterà in dubbio lo status di residente se il richiedente ingresso avrà passato meno di 180 giorni fuori degli USA e se il suo viaggio è stato di natura temporanea. Nel caso invece una di queste due condizioni venga a mancare (durata e temporaneità), possono verificarsi i seguenti scenari:

    • l’emissione di un provvedimento denominato “order to appear to a deferred inspection” (Form I-546), ossia l’ordine di comparire ad un appuntamento obbligatorio durante il quale il Permanent Resident dovrà fornire ulteriori prove a supporto della temporaneità della sua assenza dagli Stati Uniti. Nonostante l’ingresso sia temporaneamente concesso al Port of Entry, le deferred inspections sono utilizzate quando una decisione immediata riguardante lo stato d’immigrazione di un viaggiatore in arrivo non può essere presa a causa, appunto, della mancanza di documentazione sufficiente.
    • Nel caso l’Homeland Security sia sicura dell’abbandono dello status (anche dopo il deferred inspection), viene fornita l’opportunità di abbandonare lo status di Permanent Resident tramite la firma non obbligatoria del Form I-407 e richiedere l’ingresso tramite visto non immigrante (esempio visto da turista), oppure ritirare la richiesta di visto e di ritornare nel paese di origine. Nel caso invece si decidesse di contestare il provvedimento in tribunale, si aprirebbe un caso al Tribunale dell’Immigrazione che potrebbe concludersi con un provvedimento di espulsione dal paese (removal proceedings). Ricordiamo che nessun agente ha il diritto di sequestrare la Carta Verde al possessore. Solo il Tribunale ha questo potere.

    Ricordiamo inoltre che il Permanent Resident non ha il diritto di consultare il proprio avvocato in dogana, ma solo di seguito.

    7. Residenza continua ai fini della richiesta di cittadinanza

    Uno dei requisiti per diventare cittadini americani tramite il processo di naturalizzazione è quello di soddisfare il concetto di continuità riferita alla presenza del richiedente sul suolo Statunitense per almeno 5 anni (3 nel caso si convivesse con il coniuge di cittadinanza Statunitense). Per essere “continua” la residenza fisica deve essere almeno la metà del tempo di cui sopra. Ad esempio, se un Permanent Resident decidesse di richiedere la cittadinanza dopo 5 anni dall’acquisizione dello status di Legal Permanent Resident, deve aver passato fisicamente almeno 2.5 anni (30 mesi) sul suolo americano. Vediamo ora come i viaggi internazionali possono far cadere il requisito della continuità di residenza a seconda dei casi.

    • Per i viaggi inferiori ai 180 giorni all’anno, non ci dovrebbero essere problemi;
    • Per i viaggi superiori ai 180 giorni, è molto probabile venga a mancare il requisito di continuità, a meno che non si disponga di prove molto forti che attestino la temporaneità del viaggio (ad esempio mantenendo occupazione negli USA senza trovare altra occupazione all’estero oppure avendo tutta la famiglia negli Stati Uniti).
    • Per i viaggi superiori ai 12 mesi, sicuramente la continuità verrebbe a mancare.

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